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Ottobre 1, 2007
Io scommetto su... Alessandro De Roma

Le radici, per uno scrittore, sono tutto. Alessandro De Roma è nato nel 1970 a Carbonia, nell’Iglesiente, Sardegna, terra di poche parole ma sempre sofferte e accuratamente pesate. La madre è di Villacidro, paese di Giuseppe Dessì, e il padre di Boroneddu, sul Lago Omodeo, a pochi passi da dove nacque Antonio Gramsci. Una laurea in Filosofia a Cagliari, scampoli di insegnamento nelle scuole di Nuoro, poi un paio d’anni a Londra, tra studi e lavori saltuari. Oggi vive a Torino, dove ha cattedra in un liceo. Prima di lasciare la Sardegna, però, De Roma ha vissuto per un anno a Cala Liberotto, in una splendida casa vicino alla scogliera, identica a quella dove ha ambientato la vicenda del suo primo romanzo, uno dei più riusciti dell’anno: si intitola Vita e morte di Ludovico Lauter, (sfidando con coraggio una tradizione letteraria italiana che non ama affatto i nomi dei personaggi in copertina) ed è pubblicato da una casa editrice come Il Maestrale, di Nuoro, che tra i suoi pupilli ha due narratori straordinari come il mai abbastanza compianto Sergio Atzeni e il mai abbastanza lodato Salvatore Niffoi.

Alessandro De Roma finora ha pubblicato soltanto alcuni articoli di filosofia su riviste universitarie, un breve racconto satirico sulla rivista Inchiostro e questo romanzo d’esordio che lo ha lanciato come un (futuro) grande scrittore, quasi quanto il Ludovico Lauter del titolo – «il poeta, l’inventore, l’affascinante bugiardo, il narratore» – attorno al quale De Roma fa ruotare una storia ambigua, spiazzante ed emotivamente violenta fatta di menzogne e finzioni. «Prima di essere uno scrittore sono un lettore. Ho scritto questo libro per quelli che amano leggere storie. Mi piacciono le storie, non mi importa se sono un inganno e un cumulo di fandonie. Anzi, è ancora meglio. Narrazioni incrociate, personaggi capaci di vera cattiveria, deboli schiacciati dalla vita. Fandonie? E possibilmente un finale a sorpresa. E poi un nuovo inizio», è la confessione-manifesto dell’autore.

Raccontando la storia di uno scrittorucolo mancato, il bolognese Ettore Fossoli, che si mette in testa di scrivere la biografia di un fantomatico scrittore – il più grande della sua epoca, un mostro sacro che ha troppo genio e troppi segreti, volontariamente sparito dalla ribalta mediatica all’apice del successo, sorta di figlio letterario di J. D. Salinger e Thomas Pynchon – e che per portarla a termine non esita a rovistare impunemente nel passato del Maestro, in uno spazio temporale che va dalla Seconda guerra mondiale ai nostri giorni e in uno spazio fisico che va dalla Cagliari squassata dai bombardamenti americani alla New York scintillante dei mega attici affacciati su Central Park, Alessandro De Roma costruisce un romanzo apparentemente complesso nella trama quanto semplicemente perfetto nei meccanismi narrativi: prologo, svolgimento della fabula, confessione-rivelazione del protagonista ed epilogo a doppia sorpresa che ribalta, completa e "giustifica" l’intera vicenda. Un meta-romanzo che diventa a sua volta un’impegnativa e coraggiosa riflessione sul senso della scrittura, sulla struttura del "genere" romanzo, sul talento e – naturalmente – sul valore della verità in letteratura.

Alessandro De Roma è giovane, non ha padrini giornalistico-editoriali, ha molte pagine pronte nei cassetti ma nessuna fretta di stamparle, è ambizioso come deve esserlo un "giovane" autore, narrativamente possiede senso del ritmo, facilità di scrittura, la capacità di costruire trame e personaggi solidi e credibili. E soprattutto ha in testa un’idea forte circa cosa debba fare un buon romanzo: prima di tutto, ingannare il lettore.


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