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Ottobre 7, 2006
Padri e figli, l'amara verità di Angioni

Finita l'estate sono finite anche le letture e le riletture degli autori che senti un po' tuoi per lunga e consolidata stima. Quest'anno, per quanto mi riguarda è toccata a Giulio Angioni: da L'oro di Fraus (Editori Riuniti, 1988) a Le fiamme di Toledo (Sellerio, 2006), per ora la sua ultima, straordinaria fatica. Letti tutti e riletti. Solo del penultimo Alba dei giorni bui (Il Maestrale, 2005) mi era rimasto poco. Ne parlo per sottolineare un inedito atteggiamento dell'autore che, pur presentandosi negli altri libri con motivi ispiratori diversi ma sempre improntati a una serena obiettività d'intenzione e di scrittura, si pone qui in modo che può essere definito perentorio. Il Giulio Angioni di Alba dei giorni bui è un narratore che non concede dilazioni: prende un gruppo quasi sparuto di persone (Alba, Carlo, Valentina con i loro genitori, Gonaria l'Orecchiona, Marianna, donna delle pulizie di un laboratorio di genetica, i fratelli Marongiu, Fabio e qualche altro) e scaraventa buona parte della loro vita nel lento ma inesorabile farsi di una vicenda fra le più inquietanti di quelle che il grande romanziere frauense aveva concepito fino ad allora. Una vicenda che richiama il fiume, motivo simbolico caro ad Angioni: un fiume inquinato, questo, che non scorre con irruenza ma che avanza inarrestabile portando le sue acque nelle pieghe più nascoste di un territorio desolato. Un fiume sardo, si direbbe, dalle poche acque tenaci che, anche quando danno l'idea di tornare indietro per un ostacolo, finiscono sempre per superarlo e aprirsi un varco. E che annega più che travolgere, arrivando senza fretta alla gola di chi ci capita dentro alla sprovvista. Come Carlo, schiavo della droga. Come Valentina che se ne accorge quando il fratello la vuole svendere per procurarsi la dose e che va via lontano per mettere tra sé e Carlo una distanza fisica e spirituale irriducibile. Come Alba, che lo saprà crudamente dalla sorella e che rischierà di perdersi anche lei per salvare il fratello. Una famiglia di sprovveduti, dunque, questa che da nucleo al romanzo? Non si direbbe. Casomai, una famiglia di sorpresi. Da una morte immatura che le porta via gli anziani. Da un nemico del quale si conosce da sempre la ferocia e che tuttavia ha il potere di chiamare a sé giovani buoni e forti come Carlo, sportivo impenitente e innamorato della vita. Dall'impotenza di fronte alla lotta impari tra il bene e il male. E, soprattutto, dalla caduta di schianto di ciò che è stato sempre un punto di forza nel rapporto tra genitori e figli: la rassomiglianza tra di loro, il bisogno dei giovani di ripetere gli adulti per sentirsi più sicuri, di potenziare la forza del DNA che li ha legati con un inconfondibile segno comune. Il lettore, benché allertato dell'avvertimento di Karl Kraus, “spesso però anche la somiglianza tra padri e figli ha le più tragiche conseguenze”, resta impressionato da questa scoperta cardine del libro. È qui che il talento dello scrittore fa i conti con la realtà della vita, rappresentandola nella sua nuda verità. E ci fa capire come la somiglianza è nociva non solo quando l'operato dei genitori è negativo: è deviante comunque, perché inutile. I genitori di Alba, Carlo e Valentina, sono due persone oneste, legate da affetto; ma il fatto che, soprattutto Alba e Carlo, ne ripetano ossessivamente gesti e frasi, imitandone i modi e la tendenza ad offrirsi come esempio, non è un riconoscimento di questo rapporto quasi perfetto: è abitudine, pigrizia concettuale, rinuncia a creare nuovi modelli di comportamento loro propri. L'obbedienza acritica alle leggi genetiche della parentela porta i due giovani a ripercorrere modelli non più adatti al tempo corrente, alle istanze di un nuovo modo di affrontare la vita. Che non è né colpevole né innocente: ma solo indifferente verso chi, pur avendo cento modi di amarla e utilizzarla nel modo più consentito alla natura, ne altera le leggi con la vana speranza di renderla più godibile. Dalla lettura del libro, si evince l'amaro pericolo che minaccia chi cerca una giustificazione del suo operato nell'obbedienza alle leggi del sangue.


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