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Giugno 5, 2007
Alessandra Neri e l’impietoso racconto del suo male in «Nove mesi»

Quando si dice «nove mesi» viene in mente il «lieto evento»: l’attesa per la nascita di un bambino. Eppure, il libro d’esordio di Alessandra Neri, intitolato appunto «Nove mesi» (ed. Il Maestrale), non rimanda a un finale di vita, anzi. I «nove mesi» sono di malattia. Una malattia di cui è difficile persino dire il nome: tumore. Spesso si usano eufemismi, come «brutto male», per paura. E invece Alessandra Neri non solo la chiama col suo nome, ma ne fa l’unico argomento del suo libro; e non potrebbe essere altrimenti, dato che la voce narrante di questo quasi-monologo in tre parti è una malata terminale. È difficile parlare di certi argomenti, anche perché si rischia di cadere nel patetico, o nel ridicolo. Il libro della Neri si è saputo muovere con attenzione, facendo raccontare la storia alla protagonista, tra ospedale e casa. Senza però pietismi, piuttosto con rabbia. È questo il sentimento dominante: rabbia per il dolore, per il destino, per la paura, per la malattia, per la fine di ogni cosa, per ogni cosa che procede nonostante tutto. Nonostante la malattia. Una rabbia lucida, non isterica. I brandelli di storia che racconta il personaggio sono brevi quadri descrittivi, che poi sono riflessivi, con accenti moralisti nel senso alto del termine. Le graduali limitazioni e privazioni che si trova a vivere le fanno scoprire inutilità ed essenzialità quotidiane, senza però elargire buoni sentimenti come in un rotocalco di pessima qualità . Anzi. L’essere in quella condizione, ad esempio, non le impedisce di continuare a vivere il conflitto di odio e amore, bisogno e repulsione, con i suoi genitori. Anche perché, in fondo, in quella condizione chiunque può (fingere di) starle vicino, ma nessuno può veramente esserlo. E lei non sa esattamente cosa desiderare. Ricoverata, si sente votata alla morte in situazioni che le fanno pensare, per alcuni aspetti, agli ebrei deportati nei campi nazisti, ricordando in alcuni momenti passaggi, non citati esplicitamente, di «Se questo è un uomo» di Levi. Ma questo non è l’unico paragone: quella morte si avvicina inesorabile, in nove mesi, come un bambino che sta per nascere, ma che non vedrà mai la luce.


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