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Settembre 1, 2008
La fine dei giorni
Un'alta borghesia che si autodefinisce "società civile" e seleziona i suoi elementi sulla base di test manipolati; un esperimento sfuggito di mano; una perdita progressiva di memoria che contagia i membri delle classi inferiori. Il sardo Alessandro De Roma parte da una Torino che raramente è stata così spettrale e metafisica per descrivere l'Italia del nostro futuro prossimo, fondendo intuizioni geniali, prosa mirabile e un talento naturale per il ritmo. E' grazie a questa dote che, partendo da falle minime, il tessuto della routine ordinaria si squarcia inarrestabilmente fino a tratteggiare un panorama apocalittico in cui squadre di violentissimi "barbi" si asserragliano nei centri commerciali, larve umane senza coscienza né meta si aggirano in una città desolata e un quaderno per le annotazioni più banali può diventare l'unica resistenza contro la corrente che rapida divora ore e ricordi. Il romanzo di De Roma condivide con l'ultimo lavoro di Avoledo (ne parliamo proprio in questo numero di Pulp) la dimensione dell'ucronia, un diverso continuum spaziotemporale prodotto da un lieve scarto nella nostra Storia. La ragazza di Vajont e La fine dei giorni nascono dalla stessa profonda onestà, dalla medesima comprensione del reale. Il punto di maggiore distanza tra i due libri sta nella sensibilità stilistica: alla misurata asciuttezza di Avoledo, si contrappone in De Roma una prosa ipnotica che conosce rarissime pause e conquista proprio per l'abilità con cui si tiene sull'orlo del sovraccarico e solo quando è necessario lo oltrepassa, in accensioni tanto repentine quanto ben giocate. Ma le due opere tornano a incontrarsi e quasi a parlare tra loro perché, proprio come Avoledo, De Roma non si compiace immaginando apocalissi né si balocca col genere della fantascienza catastrofica. L'Italia di La fine dei giorni è semplicemente un Paese dove è già avvenuto il collasso su cui noi danziamo ogni giorno, cullati e illusi dalla retorica e dai sorrisi vuoti della nostra politica; dove la precarietà sociale si è definitivamente arresa al tripudio di cattiveria e amnesia che già ora preme sugli argini del nostro labile senso della civitas; dove l'estrema invenzione della classe dirigente è quella di cancellare il passato dei sudditi per far scordare loro la mancanza di un futuro.

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